Sistema Stanislavskij

Sull'esempio di quanto fece Kostantin Nazvanov (Kostja), autore fittizio de "Il Lavoro dell'Attore su se stesso", gli allievi, durante il corso si alternano nel tenere aggiornato il diario delle lezioni tenute da Mario Restagno. Qui trovate pubblicate alcune pagine che possono risultare interessanti a coloro che studiano o amano l'arte della recitazione.
Stampa
PDF

Passando dalla verità

Scritto da Chiara Campi

Chiara CampiChi impara a recitare per trasmettere un’emozione deve passare per forza dalla sua verità. Gli attori professionisti sono quelli che hanno già salito quel gradino in più che permette loro di far reagire il proprio corpo

affinché comunichi in modo efficace e credibile un’emozione, senza restarne sequestrati.

 

Ma questo non è che l’ultimo passo di un percorso molto lungo che non prevede scorciatoie.

Abbassare le difese
Il primo passo è abbassare le difese. L’attore è nudo, si dà completamente, non si vergogna di niente, non giudica niente, non ha tabù e sa mettersi totalmente a disposizione di un'azione scenica. Attraverso gli eserci sul piacere impariamo a ricevere e manifestare sensazioni normalmente ritenute imbarazzanti. D’altra parte è meno pesante psicologicamente lavorare su questo tema piuttosto che su sensazioni ed emozioni negative: la violenza, l'odio, i sentimenti negativi produrebbero una chimica negativa nel nostro corpo con riflessi per diverse ore, disturbando le altre lezioni che dobbiamo sostenere. Viceversa, accumulare sensazioni piacevoli e rilassanti non causa problemi, anzi può portare dei benefici, nello stesso tempo però ci costringe ad abbassare le difese, le inibizioni, a eludere i blocchi e le paure che tutti ci portiamo appresso per i traumi subiti o anche solo per l'educazione ricevuta. É fondamentale acquisire un metodo! Così, una volta abbassate le difese, non si tratterà d’altro che di applicare lo stesso metodo nelle altre situazioni.

Amplificare
Il secondo passo è imparare ad amplificare: una volta riusciti a portare la verità in scena, non è questo che dobbiamo fare ogni volta. D’altra parte non possiamo nemmeno creare un’emozione dal niente: il risultato sarebbe una finzione banale e poco credibile. Il segreto è prendere una piccola verità e amplificarla: allora chi ci guarda crederà a ciò che stiamo facendo. Ma, attenzione, amplificare non significa esagerare.
Sono molti quelli che si cimentano con la recitazione, soprattutto i dilettanti, che credono che recitare sia amplificare tutto in modo esagerato, caricando di pathos ogni singolo gesto in maniera incoerente con la realtà, risultando caricaturali e non credibili.

Analogia
Nelle pagine di Stanislavskij lette in classe ci siamo imbattuti nel termine analogia. Per analogia si intende in pratica l’utilizzare, per esprimere un’emozione, un ricordo personale che ha scatenato in noi un’emozione analoga: spesso si tende a ridurre il "sistema Stanislavskij" solo a questo; in realtà questo è soltanto uno dei metodi che si possono utilizzare per raggiungere il medesimo scopo. Soprattutto per quanto riguarda il cinema, dobbiamo pensare che il nostro scopo ultimo è la realizzazione efficace della scena, e dobbiamo raggiungerlo, indipendentemente dal mezzo che usiamo per farlo. Certo, se per esempio dobbiamo piangere, l’ideale sarebbe entrare pienamente dentro il personaggio e provare ciò che lui prova. Ma se questo per svariati motivi non dovesse riuscire, è altrettanto giusto, se ci porta al raggiungimento dello scopo, pensare a qualcosa che ci fa piangere, anche se non centra assolutamente niente con la nostra scena. Ma se anche questo non funziona, nulla è biasimevole, nemmeno una cipolla per farci lacrimare gli occhi. Certo non è l’ideale, ma l’importante è portare a casa la scena. Questa è la legge dello spettacolo, anche se è spietata o discutibile. L’importante è che non diventi la regola, altrimenti non potremmo più definirci veri attori.

Cliché
Stanislavskij illustra diversi tipi di cliché che danneggiano l'arte della recitazione. Il cliché nasce dall’usare "modi e codici automatici" nell'interpretazione di un personaggio. I peggiori sono quelli che ritroviamo nelle compagnie amatoriali: attori che, avendo scoperto come ottenere l'applauso del pubblico, utilizzano a random quei comportamenti. Il cliché condanna l’attore a rimanere per tutta la vita ancorato a delle sicurezze, senza le quali non ci si sente più capaci o al sicuro. È questo un limite di molte compagnie amatoriali, in cui il teatro spesso non è concepito come un’arte, bensì come un’occasione per diventare protagonisti della scena, palcoscenico dove trovare riscatto alle frustrazioni della vita reale. Essere legati ad un cliché significa essere monocordi, non versatili, insomma non dei veri attori. La scuola ci deve insegnare a liberarci dei cliché, ad abbattere tutte le nostre “impalcature” per poi ricostruire. Del resto, c’è chi su un cliché ha costruito una carriera, basti pensare all’emblematico Fantozzi, e c’è chi è stato identificato con un personaggio, annullato, per poi tentare di riscattarsi agli occhi del pubblico cercando la trasgressione e lo scandalo (si pensi a Daniel Radclife o Sophie Marceau).

Bello e piacevole
Abbiamo infine discusso della distinzione tra bello e piacevole. Il bello prescinde dal piacere, soprattutto in arte. Un quadro che rappresenta una scena di dolore o di guerra non è piacevole, ma può essere molto bello. Così nella vita la confessione di una verità dolorosa non è piacevole, ma è bella. Il bello è spesso doloroso e necessita di sacrifici. Un attore soffre molto.

(SFA, "Sistema Stanislavskij", lezione a cura di Mario Restagno)

 

Share