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Monica Vitti: questa è un Attrice

Scritto da Giulia Berto

Monica VittiFigura longilinea, sguardo felino, intenso, accattivante, voce roca, sensuale, folta chioma bionda. Ecco come si presentava sulla scena una delle più grandi attrici italiane di tutti i tempi.

Capace di spaziare dal drammatico al comico, simbolo di fascino e bravura, di un genere di attrice che oggi non esiste più o che per lo meno si intravede con molta difficoltà. Questa è Monica Vitti, ma anche molto di più, perchè certe personalità non si possono racchiudere in definizioni, in parole, se ne può solo accennare, ricordare la grandezza.
L'attrice, all'anagrafe Maria Luisa Ceciarelli, nacque a Roma il 3 novembre 1931. Era la più piccola di tre figli, unica femmina ed in quanto tale le era richiesto di comportarsi in modo appropriato, con la docilità che si addiceva ad una ragazzina. L'attrice ricorda la sua infanzia come un periodo doloroso: "Forse mi sono sentita incompresa da bambina: due fratelli più grandi di me avevano il potere e io ho scelto di recitare per reinventare la mia vita".

La madre non tardò a mostrare il suo dissenso quando la giovane figlia a soli 14 anni decise di calcare la scena, "la polvere del palcoscenico corrode l'anima!". Ma la Vitti dice di quegli anni :"In realtà non sono stata ribelle abbastanza, perché mia madre soffriva più di me. Le ribellioni sono guerre, e si può restare feriti. Allora ho cercato la fantasia, l' emozione, l'immaginazione che mi hanno poi seguito nei teatri. Avevo quattordici anni e mezzo quando ho recitato per la prima volta ne "La nemica" di Niccodemi, una donna di sessant'anni. Durante le ribellioni, si spera nel cambiamento. Io avevo da piccola una poltroncina, che significava la libertà, specialmente dei pensieri. Mi mollavo lì, ferma, aspettando che qualcosa cambiasse. Cercavo la fantasia, che mi ha permesso di recitare, essere un'altra".

E poi arrivò il tempo dell'accademia: "Andando a scuola ci passavo sempre vicino all'accademia, l'Accademia d'Arte drammatica, e vedevo tutti quei ragazzi ridere, piangere, urlare tanto da sembrare dei matti, ma dei matti felici. E così pensai che sarebbe piaciuto anche a me poter fare tutto quello, non per essere matta, ma per poter  essere libera, libera di poter vivere tutte quelle cose dentro le mura dell'accademia, fuori dalla vita... Pensa a quante cose puoi fare su un palcoscenico, puoi fare di tutto, dire di tutto, puoi essere chi vuoi, puoi rinunciare alla vita, puoi essere quello che vuoi tu, non invecchiare mai. Il teatro significa fantasia, libertà, cambiare sempre la mia storia, vivere sempre un'altra emozione".

E così iniziò a dar sfogo "al fuoco sacro" che si portava dentro, sotto l'attenta guida di Silvio D'Amico e Sergio Tofano. Ottenne il diploma nel 1953 insieme al regista Luca Ronconi e ad altri futuri protagonisti della scena teatrale e cinematografica. Già sul palcoscenico teatrale la giovane artista diede prova di versatilità passando dai ruoli shakespeariani più drammatici alle commedie di Molière. Solo successivamente si avvicinò al cinema che, come per molti altri attori dell'epoca, era un modo di guadagnare soldi più facilmente tra una turneé teatrale e l'altra.
Già a metà degli anni Cinquanta interpreta piccole parti in commedie disimpegnate come “Ridere, ridere, ridere” (1954) o “Le dritte” (1958) dove recita accanto alle allora più note Sandra Mondaini e Bice Valori.
Ma fu proprio vedendola a teatro che Michelangelo Antonioni la scelse, si innamorò della sua bravura, della sua capacità, nonostante la bellezza, di interpretare ruoli comici ed allo stesso tempo ruoli drammatici, della sua tecnica e professionalità, rari in attrici e attori italiani, cresciuti in una nazione come l'Italia, che al di là della commedia dell'arte, è priva di una forte tradizione teatrale.
Inizia così la collaborazione con il grande regista che la scelse come protagonista ne "L'Avventura" (1960), "La Notte" (1961) , "L'Eclisse"(1962) e "Deserto rosso" (1964). Il rapporto di lavorò sfociò successivamente in un'intensa e scandalosa storia d'amore. Ad un'intervista lei dichiarò: "Devo agli sguardi di Michelangelo il mio coraggio. Devo alla sua fiducia la mia forza". Da giovane attrice teatrale Monica Vitti si trasformò così nella grande diva che tutti conosciamo, l'affascinante donna simbolo del cinema dell'incomunicabilità.
Eppure la Vitti disse di sé:"Io non sono mai stata la bella, io devo molto alla mia faccia; anche nel cinema quando ho fatto i primi provini non sono mica andati bene. Io ero quella curiosa, io ero un tipo. Ho fatto quello che ho fatto non perchè ero bella ma perchè ero curiosa, perchè avevo dei difetti; il fatto è sempre quello: il difetto aiuta".
Nella metà degli anni Sessanta, stanca di essere etichettata solo come la musa di Antonioni e come l'eblema di quel filone cinematografico, si trasferì a Londra dove interpreta la protagonista in "Modesty Blaise, la bellissima che uccide" (1966) di Joseph Losey .
Ed una volta rientrata in Italia tornò alla sua aspirazione originaria,  far ridere: "Il segreto della mia comicità? La ribellione di fronte all’angoscia, alla tristezza, alla malinconia della vita... Per far ridere non ci sono regole uguali per tutti, ognuno se le trova, trova il modo di dire una cosa talmente sincero, anche se sembra falsa, che ha dentro una verità che fa ridere, è la verità che fa ridere. La mia ambizione è anche questo, far ridere gli altri. E' un impegno serissimo, è difficile, ma è anche bello".

Diventò così la protagonista femminile dei grandi film della commedia all'italiana come “La ragazza con la pistola” (1968) diretto da Monicelli e “Amore mio aiutami” (1969), girato al fianco di Alberto Sordi,  entrando far parte della schiera delle icone del cinema brillante italiano nel decennio successivo. Fra il 1968 e il 1979 colleziona ben cinque David come Miglior Attrice.
Dei numerosi colleghi quali Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, non fu mai spalla, piuttosto complice, alter-ego, compagna di strada.
Negli anni Ottanta continuò a lavorare al cinema, Antonioni la vuole un’ultima volta in “Il mistero di Oberwald” (1980) film drammatico per la TV, di questo periodo sono anche “Non ti conosco più amore” (1980), “Il tango della gelosia” (1981) o il drammatico “Io so che tu sai che io so” (1982).
Nel 1990 esordisce come regista, sceneggiando e dirigendo “Scandalo segreto”, premiato con il David di Donatello come miglior esordio dell’anno, ma la maggior parte delle sue apparizioni nel corso degli anni Novanta sono ormai solo televisive. Nel 1995 riceve, a Venezia, il Leone d’Oro alla Carriera, annunciando poco dopo il suo ritiro definitivo dalle scene e dalla vita pubblica.
Parlando dell'essere attrice raccontò: "In 20 anni di carriera ho fatto 28 film e posso dire che non è dal cambiamento esterno, camuffandosi che si trova un personaggio, la difficolà sta nel trovarlo dentro, nel costruirlo per come si muove, i suoi tempi i suoi ritmi, i suoi sguardi, se guarda sempre in alto o in basso, cioè una costruzione interna più che esterna...  Spogliarsi? No, non ci riesco, non l'ho mai ritenuto necessario, mi sembrava che non facesse parte del mio mestiere, almeno per me. Il sesso fa parte degli argomenti cinematografici, ma se ne può parlare anche con ironia, no? Il cinema, la recitazione, è simulare, per questo ritengo che non si debbano mai fare scene vere, tanto meno una scena d'amore. Nel film "An almost perfect affect" pare che io abbia simulato una scena d'amore passionale ed ero completamente vestita sotto le lenzuola."
La Vitti ha scritto due libri "Sette sottane" e "Il letto è una rosa" lasciando trapelare frammenti di sé. Dal 2000 non si mostra più, costretta ad allontanarsi da tutto a causa di una malattia degenerativa simile all'Alzheimer.
Scrive nelle prime pagina di "Sette sottane": A un certo punto della vita, a mia insaputa, devo aver deciso di dimenticare. Non dimenticare i dolori o gli errori, ma dimenticare fatti, persone, o forse solo confondere tutto.