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Gian Maria Volonté... cinema e politica?

Scritto da Caterina Testi

Gian Maria VolontéEra un grandissimo attore, e un uomo estremamente sensibile, pronto a fare qualsiasi sacrificio per le cause e i film in cui credeva, come dissero Orson Wells e Ingmar Bergman,  "... è tra i più grandi attori di questo mondo...";  protagonista delle pellicole più importanti della migliore stagione cinematografica italiana, Gian Maria Volonté, è il simbolo della fusione tra arte e impegno civile.

Nasce a Milano nel 1933, si diploma all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica di Roma nel 1957, e dopo tre anni di lavoro intenso tra teatro (con le opere di Goldoni e Shakespeare) e televisione (con "L'Idiota" di Dostoevskij e il "Caravaggio") si spalancano le porte del mondo del cinema.

Nel 1964 cercò di portare in scena in un teatrino di Roma, l'opera di Rolf Hochhuth "Il Vicario", che denunciava l’atteggiamento acquiescente di Papa Pio XII verso il regime nazista e la Shoah; la rappresentazione venne però impedita da un intervento delle forze dell'ordine per violazione di un articolo del Concordato. Sempre in quell'anno è chiamato da Sergio Leono nel cast di "Per un pugno di dollari": la sua interpretazione del cattivo entra nella leggenda del western all'italiana.
Attore troppo duttile ed intelligente per lasciarsi rilassare in ruoli standard, e rimanere quindi ingabbiato nel cinema di genere; dà vita ad una galleria di personaggi che rimarranno impressi nella memoria del cinema e nell'immaginario collettivo. Incarnò un tipo di recitazione intensa, perfezionista: ogni suo personaggio viveva di vita propria con proprie caratteristiche fisiche, lessicali e culturali, tutto giocato su di un immediato tracollo nervoso.
In un epoca in cui primeggiavano i quattro "mostri" della commedia all'italiana (Gassman, Sordi, Manfredi e Tognazzi) e furoreggiavano i Latin Lover (Mastroianni, Nero, Gemma); Gian Maria Volontè è stato il volto e il corpo di quell'illusione di cui si faceva vece il cinema di quegli anni, di scrostare cioè il Paese da quella placida acquiescenza dettata dalla fine dello Scudo Crociato.

Il 1967 fu il suo anno di svolta, Elio Petri lo diresse in "A ciascuno il suo" dove interpretava i panni di un intellettuale di sinistra che indagava sui loschi affari della mafia siciliana; lo stesso regista lo chiamerà tre ani dopo, ad interpretare il ruolo del capo della Squadra omicidi di Roma in "Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto" (vincitore dell'Oscar come miglior film straniero 1970).
Film come "Banditi a Milano"(Carlo Lizzani), "Sotto il segno dello scorpione" (fratelli Taviani), "Uomini contro", "Il caso Mattei", "Lucky Luciano", "Cristo si è fermato a Eboli" (Francesco Rosi), "A ciascuno il suo", "La classe operaia va in paradiso" (Elio Petri), "Sacco e Vanzetti", "Giordano Bruno" (Giuliano Montaldo), "Sbatti il mostro in prima pagina" (Marco Bellocchio), "Il sospetto"(Francesco Maselli), "Io ho paura" (Damiano Damiani) e "Ogro" (Gillo Pontecorvo) rappresentano un corpus assai significativo di un momento della storia del cinema italiano in cui si primeggiava per qualità e quantita di film prodotti, quando a Cannes vennero premiati ex-aequo due film italiani ("Il caso Mattei" e "La classe operaia va in paradiso") .

E fu durante la lavorazione de "Lo sguardo di Ulisse" nel 1994, del greco Theo Angelopoulos, che Volontè  morì sul set colpito da un'infarto.

Ha detto

"... Io cerco di fare film che dicano qualcosa sui meccanismi di una società come la nostra, che rispondano a una certa ricerca di un brandello di verità. Per me c'è la necessità di intendere il cinema come un mezzo di comunicazione di massa, così come il teatro, la televisione. Essere un attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l'arte e la vita... Accetto un film o non lo accetto in funzione della mia concezione di cinema .. e non si tratta qui di dare una definizione del cinema politico,  perché ogni film, ogni spettacolo, è generalmente politico. Il cinema apolitico è un'invenzione dei cattivi giornalisti..."

 

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