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Gigi Proietti: la verità di un sorriso

Scritto da Raffaele Folino

Gigi Proietti

Gigi Proietti nasce a Roma, in una traversa di Via Giulia chiamata via di S. Eligio, a qualche metro di distanza da dove nacque anche Ettore Petrolini, il 2 novembre del 1940.

Sin da piccolo fu molto legato alla famiglia, riconoscendo in questa una grande importanza nella personale formazione artistica.
"Dai miei genitori ho imparato a leggere il ridicolo delle situazioni e a cercare di sdrammatizzare con una risata, anche quando obiettivamente non c’era mica tanto da stare allegri”.
Proietti visse la sua infanzia nella Roma febbricitante del dopoguerra, rubando suggestioni qua e là, ed esercitando le sue prime doti artistiche nel coro parrocchiale. Grazie alla sorella Anna Maria, appassionata delle ultime tendenze musicali, si avvicinò al mondo della partitura sperimentandosi prima come fisarmonicista e poi come chitarrista.
Mia sorella Anna Maria per me ha sempre rappresentato il vagone trainante; essendo già una ragazzetta, quando io ero ancora un bambino, mi riportava gli umori, le tendenze, i gusti musicali dei giovani di allora. Posso dire che in fondo la scintilla d’interesse per questo mio strano mestiere si è accesa in me grazie a lei ."
Da questo momento in poi il suo interesse per la musica crebbe: negli anni del liceo fondò un gruppo "I Viscounts", che lo portò ad esibirsi in diversi locali romani.
All’inizio degli anni 60’ si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza, riuscendo a conciliare con fatica la vita artistica con quella universitaria. I suoi genitori appoggiavano l’università, considerando lo spettacolo come una perdita di tempo.
Ma è proprio nell’ambiente universitario che Gigi viene in contatto con il Centro Universitario Teatrale (C.U.T.) e decide di partecipare, pur non avendo ancora esperienza, alle selezioni: davanti alla commissione esaminatrice si trovò a dover commentare le opere di un gruppo di autori prescelti, e ignaro di tutto si apprestò ad analizzare "Come le foglie" di Giacosa, poiché aveva avuto precedentemente modo di ascoltarlo in tv. Passò così per un amante del melodramma e poté avere accesso alla parte pratica della selezione. Qui si ritrovò a dover leggere un dialogo con un’altra aspirante attrice; la selezione era finita, Gigi era stato preso!
Cominciando a frequentare il corso l’attore capì che forse questa poteva essere veramente la sua vita. Iniziò a lavorare nei teatri, facendo da spalla ad un suo insegnante, Giancarlo Cobelli, in uno spettacolo intitolato "Il can can degli italiani", una sorta di satira vicina al cabaret. Lo spettacolo ottenne un successo clamoroso e le repliche salirono a centottanta.
Il mestiere dell’attore lo divertiva molto, seppur costava molta fatica.
Non sapevo ancora quanta fatica costasse davvero questo mestiere, non conoscevo ancora l’ansia dei momenti alterni, il dispiacere per la stroncatura dei critici. Negli anni seguenti avrei sperimentato anche le asprezze di una vita che non è tutta agi e comodità”.
Per un periodo porta in scena autori come De Vega, Shakespeare, Brecht, Moravia e poi decide di dedicarsi al teatro d’avanguardia: con l’amico Antonio Calenda fonda lo storico "Teatro 101", chiamato così per il limitato numero dei posti a sedere, in cui sperimentavano testi contemporanei.
Quest’esperienza durò circa due anni e fu per Proietti fondamentale nella sua formazione:
Credo che senza quei due anni di teatro cosiddetto d’avanguardia la mia vita professionale ed artistica sarebbe stata completamente diversa. Odiavo tutto quello che poteva essere definito teatro naturalistico: allora, come oggi, privilegiavo l’iperbole, l’esasperazione, la violenza espressiva: ho sempre creduto nella fisicità dell’attore”.
Per riuscire a racimolare qualche soldo, Proietti si dedico anche all’attività di doppiaggio che praticava con grande piacere e con ottimi risultati.
Nel 1972 arrivò una grande occasione con il musical "Alleluia, brava gente". Proietti fu contattato da Garinei e Giovannini per un ruolo importante accanto a Renato Rascel e Mariangela Melato che riscosse grande successo.
Seguono anni di intensa attività che lo vedono nei vari ambiti dello spettacolo. In televisione suona la chitarra per Mario Scaccia in uno spettacolo intitolato "Chitarra amore mio", è Alfred Jingle nel "Circolo Pickwick" di Gregoretti, Don Chisciotte per "Conoscete Don Chisciotte?". Al cinema inizia timidamente ad affacciarsi, ed ottiene il primo ruolo da protagonista con Tinto Brass ne "L'Urlo", un film dal singolare destino editoriale: terminato nel 1968, non viene proiettato fino al 1974 per problemi con la censura.

In Teatro continua con la commedia musicale per un paio d’anni, poi riprende i suoi spettacoli d’avanguardia. Nel 1976, venerdì 7 dicembre per la precisione, sfonda: "A me gli occhi, please". Inaugura un nuovo modo di fare teatro, legato essenzialmente alla memoria dell’attore, di cui porta in scena lo smarrimento in un momento in cui furoreggiava il teatro di regia, trasferendo consapevolmente alcuni modi del teatro d’avanguardia in quello cosiddetto "leggero", sforzandosi inoltre di fare politica invece di parlarne soltanto divulgando idee e letteratura senza essere pedante, il tutto a prezzi popolari. Sono stagioni esaltanti al Teatro Tenda di Piazza Mancini, è il periodo in cui diventa padre per la prima volta, è quando conosce Eduardo De Filippo.
Nel 1978 prese corpo nella testa dell’attore romano un progetto ambizioso: aprire un laboratorio di esercitazioni sceniche nell’antico foyer del teatro Brancaccio, chiuso da poco. Il progetto riuscì a partire e il laboratorio prese vita, formando molti giovani attori che volevano avvicinarsi a quella grande professione.
Il teatro, con la sua scuola, superato il primo durissimo rodaggio, cominciò a funzionare egregiamente. Io andavo lì al mattino per le lezioni e ne uscivo a tarda notte dopo lo spettacolo. L’organizzazione del laboratorio, i contatti con le altre compagnie da ospitare e i miei spettacoli mi assorbivano in modo parossistico, ma un entusiasmo senza fondo mitigava la stanchezza fisica. È stata senz’altro l’esperienza più elettrizzante della mia vita, ho sentito come non mai quanto nobile potesse essere questo lavoro. E il fatto che molti giovani siano riusciti a prendere il volo partendo da lì costituisce il per me un fiore all’occhiello. Poi la scuola è stata chiusa dalla regione e temo che non si aprirà mai più. Peccato!”.
Saranno numerosissime ed interessanti le esperienze teatrali, in cui si cimenterà anche come autore, proponendo la sua genuinità e versatilità artistica.
Tenterà anche l’approdo televisivo come autore, attore e presentatore, con risultati meno eclatanti del teatro ma comunque soddisfacenti; si rende conto di come il rapporto con il pubblico teatrale sia più caldo, più diretto, più suo. Entrerà nel cuore degli italiani con personaggi come "Il maresciallo Rocca".

Gigi Proietti è tutt’oggi uno dei più grandi uomini di spettacolo italiani perché ha saputo essere coerente a se stesso sperimentandosi al massimo con estrema passione e con notevoli risultati.
Attento alla vita, alle sue impercettibili sfumature, e riuscito a regalarci la verità di un sorriso raccontando anche molto di noi.
"Il mio modo di considerare il lavoro ha caratterizzato totalmente la mia vita, anche se ciò non può essere considerato un sacrificio. Per me questo mestiere non è un abito che può essere smesso alla fine della giornata. Nel momento in cui metto mano a un progetto, lo inseguo, lo seziono, lo studio in modo maniacale. Non sembrerebbe ma sono un perfezionista, ne sono cosciente, ma non riesco a prescindere da questo modo di concepire il lavoro. Ora mi sono abituato a convivere con le mie nevrosi da elaborazione scenica. Se andassi da un bravo psicanalista e mi guarisse non mi riconoscerei più, mi sentirei un imbecille. In realtà adoro le mie nevrosi! "