Arte

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Roy Lichtenstein: opera prima

Scritto da Anna Oggero

La GAM fino al 25 Gennaio ospita 235 opere dell' artista newyorkese Roy Lichtenstein, caposcuola della Pop art. Molte di queste opere non erano mai uscite dalla sua casa e altrettante arrivano per la prima volta in Italia grazie alla collaborazione con l' Estate e la Roy Lichtenstein Foundation oltre che grazie ai prestiti di musei prestigiosi internazionali come la National Gallery di Washington, il Museum of Modern Art e il Whitney Museum di New York, l'Art Institute di Chigago e altre collezioni pubbliche e private europee e Italiane.

Roy Lichtenstein nasce nel 1923 a New York. È una delle principali figure artistiche nell' America del XX secolo. Studia presso la Art Students League di NY e poi si iscrive all'università statale dell'Ohio dove si laurea nel 1949. Nel 1943 è chiamato a servire l'esercito in Europa, dove resta fino al 1945. La sua prima mostra risale al 1951 a New York. Dagli anni '60 diventa caposcuola della Pop art riconosciuto internazionalmente. Nel 1994 realizza un murales lungo più di 16 metri da installare nella stazione metropolitana di Time Square a NY. Nel 1995 gli è conferita la Medaglia Nazionale delle Arti una tra le onorificenze piú prestigiose degli Stati Uniti. Muore nel 1997.

La mostra, curata dal direttore della GAM Danilo Eccher, ospita opere che vanno dal primi anni '40 al 1997. Si tratta prevalentemente di studi, bozzetti, collage e disegni che tracciano una panoramica dello sviluppo artistico di Roy e della sua ricerca.

Ma che cos' è la Pop art?

È un movimento artistico nato in Gran Bretagna a metà degli anni '50 e diffusosi negli Stati Uniti a fine anni'50. La parola Pop Art deriva dai termini "arte popolare". Questa, infatti, rappresentò una sfida alle tradizioni artistiche rendendo protagonista la cultura popolare. Pubblicità, news, e oggetti di uso comune diventano i soggetti. Non è da intendere però come arte "del" o "per" il popolo ma come arte di massa, cioè prodotta in serie. E siccome la massa è indistinta, senza volto, così l'arte che la esprime deve essere il più possibile anonima. Soltanto in questo modo potrà essere compresa da tutti. In una società ormai consumista questa arte respinge l'indagine interiore e guarda al mondo esterno pieno di stimoli visivi e, sulla tela, oggetti quotidiani diventano protagonisti.

A conferma di tutto ciò nella mostra troviamo numerosi bozzetti o disegni preparatori raffiguranti oggetti come bottiglie di latte, specchi, coni gelato e utensili. Nella prima parte della mostra dominano le "citazioni". L'autore prende grandi opere del passato e le porta ad una nuova dimensione. Non sono più inafferrabili e lontane, ma oggetti stampati e commercializzati. Rielabora quadri di Picasso, Monet, Cezanne, Léger, Dalì, Carrà, Matisse, Mondrian e altri.

A citazione del Surrealismo è frequente la presenza dell'occhio.

La parte a mio avviso più "divertente" della mostra è quella che ha ad oggetto i fumetti. Lichtenstein rappresentò per la prima volta i personaggi dei Cartoons tra il 1957 e il 1958. Bugs Bunny e Mickey Mouse destarono lo stupore del pubblico, abituati a vederli solo alla televisione. Dopo di che passò ad alterare con ironia i fumetti e le loro nuvolette che contengono il testo. Le frasi che vengono dette dai soggetti sono brevi ed ironiche e spesso sono descrizioni onomatopeiche di rumori. Ciò che si crea è un vero e proprio frammento narrativo ingrandito. Un esempio è lo studio del quadro "Oh, Jeff I love you, too... But" in cui una ragazza al telefono dice questa frase, lasciando lo spettatore sorridente e pieno di dubbi. La mostra prosegue con una parte dove sono esposti quadri di ispirazione all' arte cinese, che molto aveva affascinato il pittore. Qui l' artista reinterpreta scene della tradizione con i suoi metodi creativi. I paesaggi stilizzati vengono resi con l'uso dei punti Ben Day; tecnica centrale del suo lavoro, era un processo di stampa in cui puntini ravvicinati di colori diversi erano usati per creare mezzi toni sulla carta economica dei periodici. Tali punti sono associati alle illustrazioni e ai fumetti delle riviste Pulp degli anni '50 e '60.

L' ultima parte della mostra è dedicata al "nudo" e agli "interni".

Il primo tema è trattato dall'artista con estrema ironia. La sua musa è Erica Wexler che viene sempre raffigurata in chiave fumettistica.

Gli interni contengono citazioni di vari artisti ma anche auto citazioni. Sullo sfondo spesso infatti si vedono riproduzioni dei suoi stessi quadri.

Posso concludere dicendo che è una mostra da non perdere che fa scoprire la bravura di un grande autore troppo poco conosciuto in Italia rispetto alla sua abilità, ironia e simpatia.

Allestita magistralmente impedisce di "annoiarsi" passeggiando per i corridoi, per via dei suoi temi e delle stesse modalità di rappresentazione.

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