Teatro

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L'Arlecchino di Strehler

Scritto da Eugenio Fea

Rappresentato per la prima volta nel 1947, nell’ambito della stagione inaugurale del Piccolo Teatro, è tuttora nel cartellone del celebre teatro milanese, dopo aver superato 1200 rappresentazioni e aver visitato 427 città di trenta paesi del mondo. In questa prima fase, Strehler non è tanto interessato all’opera goldoniana, quanto piuttosto al mondo delle maschere e alla Commedia dell’Arte. La prima versione dell’Arlecchino puntava essenzialmente sulla musicale vivacità del ritmo, sulla suspance fornita dalla vicenda come per una normale commedia ad intreccio e sui lazzi di Arlecchino e delle altre maschere, con scene dipinte e costumi volutamente ingenui che si richiamava al teatrino delle marionette, così come si richiamava a teatrino delle marionette il fatto che Arlecchino, Brighella, Pantalone e il Dottore hanno la maschera dipinta sul viso.

 

Anche la versione del 1952 si muove pressoché sulla stessa linea: le scene si arricchiscono di Periatti, che richiamano sia il teatrino delle marionette, sia la tradizione del teatro rinascimentale di Corte; i costumi sono disegnati rispettando maggiormente il momento storico, e i “tipi” ora indossano maschere di cuoi del milanese Amleto Sartori. Lo spettacolo si arricchisce di lazzi e la stilizzazione, pur rimanendo sempre un elemento dominante, si fa più concreta e reale. In un certo senso l’Arlecchino cambia dal di dentro, si mantiene al passo con i tempi, adattando la storia alla storia della popolazione.

Nasce cosi nel 1956 la terza edizione dello spettacolo, in cui l’opera assume la sua veste “premessa definitiva”. La scena si compone di una piccola pedana di legno, simile a quelle che i comici dell’arte erigevano nelle piazze dei paesi; sul fondo della pedana scorrono le scene dei luoghi rappresentanti l’azione. Sulla pedana gli attori recitano la vicenda narrata dal Goldoni, quando scendono, invece, interpretano la vita dei comici dell’arte, in una sorta di meta teatro. Accanto alla storia del Servitore se ne delinea un’altra che acquista un aspetto sempre più rilevante, tanto che non interessano più i rapporti tra i personaggi bensi i rapporti tra gli attori. Ogni attore inventa per il comico del settecento una storia personale e privata, cosi che nella compagnia dei comici si formano due famigie, quella di Pantalone e quella del Dottore. Da tutta questa vera e propria “vita parallela”, la nota significativa è che essa introduce nello spettatore il gusto e la tecnica della recitazione all'improvviso, che non può trovare posto sulla pedana. Grazie a questa trovata, l'Arlecchino si mantiene sempre vivo e attivo, rinnovando quel senso di ricerca culturale che il teatro si prefligge.

Nato nel 1947, cresciuto e maturato negli anni cinquanta. L'Arlecchino del Piccolo Teatro ha superato i trent'anni di vita, e la sua vita si è svolta nella storia del nostro tempo. Quando attori e regista si riuniscono per una nuova ripresa, essi portano a teatro i problemi,le inquietudini, le speranze e i timori del nostro tempo; e per quanto sia esatto il ripetersi del gioco scenico sulla pedana, lo spettacolo non può non risentire di ciò che gli interpreti si portano dentro, soprattutto in quella parte che costituisce il “tema aperto” dello spettacolo. L'Arlecchino dunque si trasforma, invecchia, attraversa fasi alterne di umori e di salute; è uno spettacolo di attualità, e dunque contemporaneo, vivo e aperto, sottoposto alle leggi della storia e della vita.

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