Teatro

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Teatro dell'Assurdo

Scritto da Arianna Mandolesi

Con il termine Teatro dell’Assurdo facciamo riferimento ad un particolare tipo di opere scritte da alcuni drammaturghi, soprattutto europei, sul finire degli anni '40, '50 e '60. Inoltre questo termine definisce lo stile teatrale, nato dall’evoluzione dei loro lavori, le cui caratteristiche peculiari sono l'abbandono di un filo drammaturgico razionale e il rifiuto del linguaggio logico-consequenziale. La struttura tradizionale viene sostituita da un'analogica successione di eventi, legati fra loro da una labile ed effimera traccia, apparentemente senza alcun significato. Il teatro dell'assurdo si caratterizza per dialoghi senza senso, ripetitivi e serrati, capaci di suscitare a volte il sorriso nonostante il senso tragico del dramma che stanno vivendo i personaggi. Inoltre questo teatro, battezzato da Martin Esslin, è espressione non di una scuola ma di alcuni autori molto diversi fra loro che hanno però in comune un senso di angoscia profonda di fronte all’assurdità della condizione umana. Questa è dopotutto lo stesso sentimento di fronte alla realtà che hanno gli autori esistenzialisti; la profonda differenza consiste nel fatto che l’Assurdo è espresso in immagini sceniche “assurde” e non nel linguaggio razionalista di Sartre e Camus. Esslin, infatti, dice che per la prima volta l’Assurdo filosofico e quello scenico sono perfettamente fusi.

 

Uno grande autore di questo stile fu Eugène Ionesco, in rumeno Eugen Ionescu (1912-1994), scrittore e drammaturgo francese di origini rumene. L'incontro con il teatro fu casuale e inaspettato: «Comprai un manuale di conversazione dal francese all'inglese, da principianti. Mi misi al lavoro e coscientemente copiai, per impararle a memoria, le frasi prese dal mio manuale. Rileggendole con attenzione, imparai dunque, non l'inglese, ma delle verità sorprendenti: che ci sono sette giorni nella settimana, ad esempio, cosa che già sapevo; oppure che il pavimento sta in basso, il soffitto in alto. [...] Per mia enorme meraviglia, la S.ra Smith faceva sapere a suo marito che essi avevano numerosi figli, che abitavano nei dintorni di Londra, che il loro cognome era Smith, che il Sig. Smith era un impiegato [...]. Mi dicevo che il Sig. Smith doveva essere un po' al corrente di tutto ciò; ma, non si sa mai, ci sono persone così distratte... »
Ionesco fu colpito in modo tale che decide di comunicare ai suoi contemporanei le verità essenziali appena scoperte: scrive La cantatrice calva, un'opera teatrale che si potrebbe definire didattica. Queste verità essenziali diventano però folli, la parola si disarticola, e ne risulta una tragedia del linguaggio. "La cantatrice calva", definibile anti-pièce, viene messa in scena per la prima volta l’11 maggio 1950 al Théâtre des Noctambules, ma se da un lato attira l'attenzione di diversi critici e letterati, dall'altro risulta un vero fallimento di pubblico.
Ionesco non si lascia scoraggiare, perché ora sa ciò che ha da dire e il modo in cui dirlo.
Il teatro dell’Assurdo, infatti, nasce da un’analisi della realtà che ci circonda, colta attraverso la Tragedia del linguaggio. Egli si è imposto fin dalle sue prime commedie un obiettivo "non è di far la caricatura di una situazione ordinaria, ma di rendere ordinaria l’assurdità fino al punto di mostrare quanto infinitamente assomigli a ciò che chiamiamo anormale e quotidianamente accettiamo come tale". Aggiunge inoltre "il mio teatro nasce da un’intensione pessimistica dell’esistenza e non è certo un caso che i temi a fondamento delle mie pièces siano la solitudine e l’isolamento dell’individuo, la sua difficoltà nel comunicare con gli altri, la sua soggezione a degradanti influenze esterne al conformismo meccanico della società come alle pressioni ugualmente degradanti della sua stessa personalità, la sessualità e il conseguente senso di colpa, l’ansietà che derivano dall’incertezza della propria identità e dalla certezza della morte."
Il teatro ioneschiano è certamente figlio del Novecento: le sue strutture, così antiteatrali e anticonvenzionali, sono da collegarsi con le esperienze artistiche del Dada e del Surrealismo per il gusto per la provocazione beffarda e polemica. Il nonsense, però, non si estingue in mero gioco, ma cela una critica ben più profonda: al conformismo e alla banalità in primo luogo. Oggetto delle pièces di Ionesco è l'uomo nel suo problematico e conflittuale rapporto col mondo, che minaccia di opprimere la sua spiritualità e individualità. L'evasione porta sempre al nulla, al banale, e l'unica soluzione è accettare la vita nella sua contraddittorietà: nei suoi elementi alienanti come nei suoi autentici valori. Il mondo di Ionesco è quel mondo che da pochi anni è uscito dal secondo conflitto mondiale, in preda ad una profonda crisi di valori e ad uno smarrimento senza precedenti. Tale crisi è fotografata da Ionesco soprattutto nel linguaggio. Come ci spiega lo stesso, “gli Smith e Martin – al centro della commedia La Cantatrice Calva – non sanno più parlare perché non sanno più pensare; non sanno più pensare perché non sanno più commuoversi, non hanno più passioni, non sanno più esistere; possono “divenire” chiunque, qualunque cosa, giacché non esistendo, sono gli altri il mondo dell’impersonale … e sono intercambiabili”.
Sessant’anni dopo, il mondo descritto da Ionesco è lo stesso nostro mondo, nel quale il processo decompositivo non si è affatto esaurito, anzi, ha proseguito imperterrito la sua opera demolitrice.

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Intervista a Ionesco

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