Teatro

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Estetica teatrale: da Stanislavskij all’ Italia

Scritto da Valentina D'Agnano

StanislavskijIn Italia parlare di estetica teatrale non è facile. Non esiste una riflessione originale, scaturita da una necessità come viceversa è avvenuto all'estero e, in particolare, in Russia, dove Konstantin Sergeevič Stanislavskij, con l'esperienza del Teatro d'Arte di Mosca, ha sollevato per primo il problema della consapevolezza del lavoro dell’ attore della necessità di un metodo scientifico per formare l'artista. Egli ideò un sistema: attraverso esercizi corporei e di concentrazione dava agli attori una solida base teorico- pratica su cui costruire la propria professionalità. Portava in questo modo l’ attore a spogliarsi di se stesso ed entrare completamente nel testo che doveva rappresentare. Stanislavskij si propose di cambiare il teatro e, per farlo, cominciò a studiare l’uomo, la sua razionalità e i suoi sentimenti. Possiamo parlare di valenza estetica del sistema di Stanislavskij proprio perché egli fondò i suoi studi su categorie estetiche analizzate, in vario modo, dai maggiori filosofi e proprie dell’ essere umano: l’ immaginazione, la memoria, la sensibilità, la volontà, il bello, l’ intuizione, la creatività e il senso del vero.

 

Ed è proprio quest’ ultimo il punto cardine delle ricerche di Stanislavskij il quale afferma:
“La tecnica della recitazione (spinge) verso la verità, e il senso della verità è il migliore stimolante del sentimento, dell’ emozione, dell’ immaginazione e della creazione. Per la prima volta non dovevo imitare nessuno e stavo a mio agio sulla scena”.
La verità a cui fa riferimento Stanislavskij è la verità del personaggio attraverso la quale l’attore giunge all’ intuizione creativa, indispensabile nel lavoro per poter arrivare alle sfumature affettive che, nel suo inconscio vengono plasticamente modellate e che penetrano nel personaggio nel momento della rappresentazione. In questo modo l’attore non recita più, ma comincia a vivere nel dramma. Stanislavskij stesso dice: ”Quando sarete arrivati ad avere il senso del vero e la convinzione che i bambini mettono nei loro giochi, potrete diventare dei grandi attori”.
Assolutamente necessaria è, oltre alla verità, l’ immaginazione che crea, plasma, forma.
Attraverso essa il personaggio diventa creatura dell’ attore. Sulla scena dunque viene creata una realtà la cui causa efficiente è l’ attore.
Molto importanti, in tutto questo sono le circostanze date nel testo drammatico (contenute nella vicenda e nelle didascalie), di cui ci parla Stanislavskij, sulla base delle quali l’ attore immagina ciò che il testo stesso non dice, o solamente accenna.
In tutto questo lavoro alla stabilità rappresentativa sulla scena provvede la memoria.
Per Stanislavskij esistono due tipi di memoria:
- La memoria esteriore che l’ attore possiede ed usa quando ricorda la forma esteriore da dare alla sua azione e quindi riesce a riprodurla sulla scena.
- La memoria emotiva che richiede all’ attore di essere consapevole dei sentimenti che prova per poi riportare sulla scena i sentimenti già vissuti.
Per quanto riguarda quest’ultimo tipo di memoria, Stanislavskij fa riferimento agli studi di Thèodule Ribot che però parlava di memoria affettiva.
Il teatro perciò è basato sulla reviviscenza, ovvero attirare il sentimento della parte attraverso gli analoghi provati personalmente e conservati nell’archivio della memoria.
Lo studio di Stanislavskij mette in evidenza quanto sia difficile e faticoso per un attore mettere in scena azioni in maniera precisa e sottile.
Solamente negli ultimi anni in Italia si comincia a parlare di estetica teatrale mentre, in Russia, Stanislavskij, nei primi anni del Novecento metteva a punto il suo sistema che sarà preso a modello negli Stati Uniti, diventando un riferimento.

Il primo che in Italia mise in luce la portata innovativa del sistema stanislavskiano fu Silvio D’Amico che vide nell’ attore, regista e insegnante russo la dimostrazione che una nuova forma di teatro è possibile, a patto che l’ attore riesca a penetrare l’anima del personaggio che è l’ essenza stessa di ciò che il drammaturgo, attraverso di esso, ci vuole rivelare.
A questo però ribatté Benedetto Croce, secondo il quale, il testo drammaturgico e la messinscena sono su due piani differenti: il primo infatti è la vera opera d’arte la seconda è una mera traduzione. Per Croce: “Gli attori sono degli interpreti, ed io proposi altre volte di assimilarli ai traduttori, sia quelli che svolgono una poesia di un’ altra lingua, sia agli altri che cercano di trasfonderla in una pittura…” .
A queste parole D’Amico rispose che gli autori scrivevano proprio per mettere in scena le loro opere e che avevano di conseguenza bisogno degli attori che diventano così intermediari tra pubblico e il poeta. Per essere in grado di far questo però l’ attore deve però essere istruito: “ Bisogna mandare gli attori a scuola. Ci vuole l’ adozione (vedi registi russi, vedi Copeau) d’ una specie di regola monastica: in cui i giovani diano, asceticamente, tutte l’ ore della propria esistenza all’ arte. Ci vuole una più ampia preparazione culturale e un larghissimo addestramento fisico. Occorre un luogo in cui gli attori si educhino all’ intelligenza, alla sensibilità. L’ uomo nuovo in quest’ arte non è ancora apparso. Bisogna muovere da una preparazione metodica. Bisogna girare il mondo, vedere ciò che si fa altrove, studiare un anno in Russia, un anno in Germania e non, s’ intende, per copiare gli altri, ma per tentare di scoprire, dopo la chiara consapevolezza delle conquiste altrui, noi stessi”.
Non volendo aggiungere altro a queste illuminanti parole di Silvio D’Amico, voglio porre l’ attenzione su una domanda che sorge spontanea: come mai in Italia, patria della Commedia dell’ Arte e di grandi autori come Goldoni, D’Annunzio e Pirandello, non si è sviluppata una filosofia del teatro in grado di far progredire le arti sceniche, seguendo magari i consigli di luminari come D’Amico per esempio, invece di restare ancorati al passato?

Fonti:

"Il problema estetico nel teatro di Stanislavskij…e in Italia" di Roberta Giuffrida.

Per approfondire:

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