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Tenore o Baritono? Musical performer e disturbi di identità vocale

Scritto da Angelo Galeano

Sempre più frequentemente mi capita di imbattermi in artisti del panorama del teatro musicale italiano, sia giovani sia di comprovata esperienza, con un grave problema di identità vocale. Sono convinti di essere baritoni, cantano arie e ruoli baritonali (o che pensano essere baritonali solo perché non superano il sol) ma sono nati tenori, e tali moriranno loro malgrado. Proviamo a capire perché. Il passaggio al “registro acuto”, definiamolo così in modo grossolano per comodità, nella laringe tenorile, avviene com’è noto fra il MI e il FA#. C’è un’amplissima letteratura a riguardo, lo menzionano fior di trattati antichi e moderni e interviste a celebri tenori del passato e del presente. Giacomo Lauri Volpi amava chiamare il FA# “nota di saldatura” fra le due parti principali della sua voce e asseriva "essere l’attacco sul FA diesis un virtuosismo per la maggior parte dei tenori", essendo la nota di saldatura di difficilissimo controllo, specie se presa dal nulla.

Nell’impostare una solida vocalità teatrale, sia essa indirizzata all'opera o musical, si deve tener presente l’esistenza di tale passaggio in una voce tenorile e saperlo riconoscere per evitare di incorrere in una serie di errori. Da qualche decennio molti cantanti pop hanno iniziato a insegnare nel campo della vocalità teatrale, specie nel mondo del musical, non essendone assolutamente in grado ovviamente, in quanto la vocalità musical, appartenendo di diritto al campo della vocalità teatrale, non è parente della vocalità pop o rock, a meno che non si faccia un musical dichiaratamente pop o rock. Il cantante pop uomo di qualsiasi tipo laringeo ignora l’esistenza di questo fenomeno fisiologico semplicemente perché non gli serve: nel suo stile di canto non si imbatte praticamente mai nella necessità di praticarlo e se lo fa lo risolve in altro modo, con quello che amo chiamare per dileggio il “misto a strozzo”. La cantante pop donna non lo sa e basta. Perché mai dovrebbe?
Un cantante di teatro musicale, invece, necessita di una precisa conoscenza e abilità nella gestione di questo passaggio, perché gli capiterà sovente di doverlo superare cantando le note che sono oltre di esso con ampiezza e sicurezza, note che nel pop sono considerate estremamente acute, ma che nel teatro musicale sono pane quotidiano. Quando un sedicente esperto di tecnica vocale completamente digiuno di storia della tecnica, prassi esecutiva, fisiologia dell’apparato e soprattutto esperienza nel campo della vocalità teatrale, si imbatte in un giovane allievo dalla laringe tenorile, dopo aver constatato che questi, giunto al fatidico appuntamento col FA#, non sa come proseguire, in genere getta la spugna immediatamente dicendo al povero allievo incolpevole e inconsapevole: “Evidentemente sei un baritono!” Poco importa se il ragazzo in questione ha caratteristiche fisiche e timbriche smaccatamente tenorili, quello che conta sempre e comunque per questi “esperti” è solo l’estensione. Allora diciamolo una volta per tutte, l’estensione è l’abito con cui una voce si presenta in apparenza ad un orecchio non esperto, ma come l’abito non fa il monaco, così l’estensione “naturale”, temporanea, post puberale e incolta in una voce non fa assolutamente testo nell’attribuzione di una vocalità piuttosto che un’altra.
Durante il Primo Convegno “Il Canto nel Musical” promosso da Accademia dello Spettacolo di Torino, uno dei punti fermi scaturiti dalla discussione ha riguardato le competenze richieste a un preparatore vocale: è stata ribadita la necessità che tale figura professionale in un’Accademia debba corrispondere ad un esperto di vocalità teatrale, possibilmente non proveniente dalla perniciosa tecnica dell’affondo, come la maggior parte dei cantanti d’opera prestati fino ad oggi al musical in Italia. Aggiungerei che un preparatore vocale in un’Accademia, per la salute vocale e la carriera dei nostri giovani Artisti, dev’essere in grado di distinguere un tenore da un baritono.

 

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