Marilyn Monroe
a cura di Virginia De Marchi "…ciò che conta nella recitazione cinematografica è quel raro momento, quasi un battito d’ala, quando negli occhi dell’attore riusciamo a cogliere il senso della vera natura di un personaggio. Non è tecnica ne professionismo, è semplicemente verità.
Marilyn Monroe ne era capace.”
Il mondo parla di Marilyn, il mondo conosce Marilyn, il mondo giudica, osanna, disprezza, ammira Marilyn. Ma prima d’essere Marilyn Monroe, prima d’essere icona, mito, sex symbol, attrice, amante, smontata l’impalcatura, tolto il trucco, cosa riusciamo a cogliere? Cosa scorgiamo al di là della mera apparenza? Piano piano, con pazienza, ecco che vediamo emergere il ricordo di Norma Jean, impolverata, soffocata, negata, ma comunque sempre presente.
Certo di Norma Jean nessuno ne ha mai sentito parlare, ma sono esattamente la stessa persona. Una delle due, quella sconosciuta, è morta molto prima della notte del 4 agosto del ’62, l’altra, quella famosa si è lasciata morire ingerendo 47 pasticche di Nembutal incapace di sopportare il lutto per l’altra se stessa. Era sola. Eppure com’è possibile, com’è possibile che una delle attrici più conosciute al mondo fosse così sola? La risposta risulta banale. Ma oltre la risposta scopriamo un mondo, un meccanismo commerciale che stritola, che ferisce, si serve degli esseri umani e poi li butta quando non servono più.
Da sempre le personalità dello spettacolo hanno offerto al pubblico un aspetto di loro stessi molto ben definito e costruito, spesso molto lontano dal “se reale” noto solo a pochi intimi. Questo discorso diventa molto interessante nel caso di Marilyn, perché proprio l'alternarsi di immagine pubblica e privata, di realtà e finzione, ha contribuito a creare quella confusione, di ruoli e identità, di percezione di se e del mondo, sui quali si poggia il suo mito.
Sono passati ben 50 anni dalla sua morte, ma continua ad essere presente ovunque. In questo periodo, appassionandomi alla sua vita, cercando di osservare, capire, riflettere, mi guardavo intorno, e non ci sono luoghi, o almeno ce ne sono molti pochi, in cui non ci sia o un ritratto o una foto o una serigrafia di Marilyn, chi era? E perché ha esercitato tutta questa influenza nell’arte? Andy Warhol utilizzò il suo volto, il suo non quello di un’altra, per interpretare la sua denuncia contro la commercializzazione dilagante in America, contro il conformismo degli anni ’50. Warhol moltiplica l’icona di Marilyn concentrandosi sul valore dell’icona volto, sicuramente non vuole celebrare un mito, ma semmai evidenziare il meccanismo che conduce all’ingenua fede in esso. Warhol rende figurativo ciò che stava realmente accadendo, la strumentalizzazione sul corpo e sulla vita di Marilyn la stavano portando a snaturare completamente se stessa.  Il grosso ruolo giocato dai media nel costruire la sua immagine si inseriva perfettamente nel quadro del lavoro compiuto dalla “macchina hollywoodiana” nella creazione del mito della star, fatto di promozioni, incontri pubblici, interviste, articoli sul retroscena della produzione dei film, interviste… Così, l’immagine di Marilyn che si è affermata negli anni è quella della donna ideale, unica, irraggiungibile, la personificazione della femminilità, l’oggetto del desiderio.
Nei film con Marilyn spesso le inquadrature che la riprendono rispecchiano il punto di vista del personaggio maschile e vengono studiate appositamente per soddisfare lo sguardo dell’ammiratore/spettatore. Così gli stessi ruoli che Marilyn è chiamata a interpretare (l’attrice, la segretaria, la bionda svampita, la modella, la ballerina, la donna divorziata) sono quasi sempre ruoli di donne sessualmente disponibili, vulnerabili, tanto belle quanto stupide. I numerosi uomini amati da Marilyn non fecero altro che rafforzare l’idea che l’opinione pubblica aveva di lei e che a lei, dopo un po’, cominciò ad andare molto stretta. Sentì la necessità di ribellarsi, remare contro questa immagine, che Hollywood aveva venduto, voleva dimostrare che era molto di più. Ed ecco che l’attrice comincia a seguire gli insegnamenti di Lee Strasberg, che invece d’aiutarla a ritrovare se stessa, la portarono a volersi liberare di se stessa. Il lavoro emotivo e di ricerca personale proposto dal metodo Strasberg non fecero altro che incrementare questa enorme discrepanza tra quello che Marilyn era veramente e quello che il mondo pensava di lei. Con il film “Gli spostati” (scritto apposta per lei dal marito Arthur Miller), interpretando una parte drammatica cercò disperatamente di dare al pubblico un’altra immagine di se stessa. Fallì. La parte che fino ad allora Marilyn aveva recitato era ormai indistricabilmente connessa con quella che possiamo chiamare la sua “verità interiore”: “essenza” e “apparenza” parevano in lei coincidere. Una donna fragile, insicura, votata alla ricerca continua della verità in ogni aspetto della sua vita, oltremodo sensibile, bisognosa d’affetto, protezione e rispetto. Se guardiamo alla sua fine possiamo dire che ha perso.
Ma qual è la sua fine? È davvero morta finchè tutto il mondo continuerà a parlare di lei? Il miracolo dell’arte, che sconfigge sempre e comunque il bieco meccanismo commerciale. Perché in qualche modo quello che voleva dirci l’ha detto, a volte basta fermarsi un attimo e ascoltare.
“Perché sei tanto triste?Sei la ragazza più triste che abbia mai conosciuto” “E tu sei il primo uomo che mi dice una cosa simile, di solito mi dicono che sembro tanto felice” (A. Miller, "Gli Spostati")
Il link qui sotto indicato vi rimanda ad un sito che raccoglie una grande quantità di immaigini e notizie sulla vita di Norma Jean, in arte Marilyn Monroe http://divinemarilyn.canalblog.com/
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